«Avete trenta secondi. Mettetevi in ordine.» Comincio così l’organologia in prima media. Do a dodici alunni una carta grande con uno strumento e li faccio venire davanti alla LIM. Gli altri fanno i giudici, col pollice.
Primo giro: per grandezza. Triangolo e maracas finiscono vicini. «Suonano nello stesso modo?» No. Secondo giro: per materiale. Triangolo e tromba sono tutti e due di metallo, e il problema resta.
Al terzo giro chiedo: che cosa vibra? E d’improvviso ogni gruppo suona nello stesso modo. Da lì in poi tutta l’unità gira intorno a quella domanda.
Organologia: la scienza che mette in ordine gli strumenti
Dopo la stanza degli strumenti scrivo alla lavagna una riga sola: organologia = la scienza che studia gli strumenti e li mette in ordine. Per partire basta questa.
Il criterio non l’ho inventato io. Nel 1914 Erich von Hornbostel e Curt Sachs hanno diviso gli strumenti in quattro classi, guardando proprio che cosa vibra. Nel 1937 Francis Galpin ha aggiunto la quinta, quella della corrente. In classe ognuna ha il suo gesto:
- Idiofoni: vibra il corpo dello strumento. Pugno che batte sul palmo aperto.
- Membranofoni: vibra una pelle tesa. Due mani piatte su un tamburo immaginario.
- Aerofoni: vibra l’aria dentro un tubo. Soffio sulla mano aperta davanti alla bocca.
- Cordofoni: vibrano le corde. Pollice e indice che pizzicano una corda.
- Elettrofoni: vibra la corrente elettrica. Due dita (la spina) che entrano nell’altra mano (la presa).
La domanda funziona con qualsiasi strumento del mondo, anche con uno che i ragazzi non hanno mai visto. Il sistro egizio, la darbuka, lo strumento che un compagno porta da casa. Chi sa rispondere a «che cosa vibra?» fa già il lavoro dell’organologo.
Un’idea per domani: il riso che salta sul palloncino
Se domani hai una prima, questa la fai con quello che trovi in cucina. Ti servono un barattolo, un palloncino e un pugno di riso.
- Tira il palloncino sulla bocca del barattolo, ben teso, come la pelle di un tamburo.
- Appoggia sopra una decina di chicchi di riso.
- Batti piano sulla pelle con un dito.
Il riso salta. Lo vedono tutti, anche dall’ultimo banco: vibra la pelle. È un membranofono.

Subito dopo prendi un righello e fallo vibrare sul banco. Qui la pelle non c’è: vibra il corpo. È un idiofono. In due minuti la classe ha visto la differenza tra le prime due classi, prima ancora di leggerne il nome.
Le altre classi si scoprono allo stesso modo. Un elastico teso sull’astuccio: vibra la corda. Una bottiglia vuota in cui soffiare: vibra l’aria. La lettura sul quaderno arriva dopo, e conferma quello che hanno già capito.
Con le percussioni c’è un secondo esperimento a costo zero: la prova del canto. Fai sentire i timpani e poi il tamburo rullante, e chiedi: «Riuscite a cantare la nota?». Coi timpani sì, col rullante no. Ecco la regola: se la puoi cantare, il suono è determinato.
La trappola del sassofono
Con gli aerofoni arriva la mia domanda preferita. Faccio partire The Pink Panther Theme di Henry Mancini. Tutti in piedi, camminano sul posto in punta di piedi, a tempo, come la pantera. Quando entra il sassofono si fermano e fanno il gesto del soffio.
Poi chiedo: «Il sassofono è di metallo. È un legno o un ottone?»
Il metallo porta dritti verso gli ottoni. Invece è un legno: ha l’ancia, come il clarinetto. Conta come nasce il suono, non di che cosa è fatto lo strumento. Il flauto traverso fa lo stesso scherzo: è di metallo, ma in orchestra siede tra i legni.
Qui l’organologia in prima media fa il secondo passo: lo stesso strumento si guarda con tre occhiali. La classe dice che cosa vibra. La famiglia dice che cosa fa il musicista. Il gruppo dell’orchestra dice che voce ha.
Un altro esempio che mi piace: il contrabbasso. Nel Carnevale degli animali di Saint-Saëns fa l’elefante che balla il valzer, con l’archetto. All’inizio di Haitian Fight Song di Charles Mingus è lo stesso strumento, pizzicato con le dita, come nel jazz. Domanda per la classe: «Che cosa è cambiato? Lo strumento o il modo di far vibrare la corda?»
Il gesto prima del nome
In ogni ora uso una regola: tutti rispondono insieme. Niente mano alzata. Faccio sentire un suono, conto «1, 2, 3!» e tutta la classe fa il gesto. In un colpo vedo chi ha capito, e nessuno resta a guardare.
Il gesto funziona anche con chi non legge ancora bene l’italiano. Un alunno arrivato da poco fa il pugno sul palmo come gli altri. E alla fine del percorso può diventare l’esperto della classe, presentando uno strumento del suo paese: la darbuka è un membranofono, il ney un aerofono, l’oud un cordofono. Le cinque classi valgono per la musica di tutto il mondo.
A fine ora c’è un biglietto d’uscita con tre domande a crocette, consegnato sulla porta. In due minuti, a casa, so da dove ripartire. Se meno di due alunni su tre rispondono giusto, l’ora dopo comincio con cinque minuti di «1, 2, 3, gesto!».
Le sette ore, già pronte
Il palloncino è un pezzo di un’ora. Il percorso completo ne dura sette: sei di lezione più la verifica. La classe diventa un organo a canne, l’orchestra cresce in piedi epoca per epoca, i gruppi si sfidano in un torneo di indovinelli. L’ho messo in ordine minuto per minuto, con le carte da stampare, un gioco per la LIM e la verifica in tre versioni. Nessun alunno usa l’IA: si ascolta, si prova, ci si muove.
Che cosa vibra? Gli strumenti in sette ore
Sei ore più la verifica, pronte minuto per minuto. Esperimenti in aula, un’orchestra fatta di alunni, il gioco «Indovina chi sono» per la LIM, carte da stampare e varianti per BES, DSA e NAI. Non serve un libro di testo.
Porta gli strumenti in classe, 14,90€ →Cerchi un altro argomento? Tutti i MusicLab Tematici → Percorsi pronti su un tema solo, da portare in classe domani.
E nella tua classe qual è lo strumento che sbagliano sempre? Io scommetto ancora sul sassofono.
Leggi anche: Orchestra scolastica: come adattare un brano agli strumenti che hai davvero
Su questo blog trovi altre idee di musica per la scuola media, pronte da portare in classe.
