La parola NAZA in bianco su fondo blu scuro: quattro lettere che trasformano le persone in un numero

NAZA: cosa vuol dire e cosa insegna a chi usa l’IA

Confesso una cosa. Quando ho letto per la prima volta la parola NAZA ho pensato a un refuso. Poi ho capito che era un acronimo, e che dietro quelle quattro lettere c’erano delle persone. Tante.

Non è un tema da blog di didattica musicale, lo so. Però questa storia pone una domanda che riguarda chiunque usi l’intelligenza artificiale: chi decide, quando c’è di mezzo una macchina. E riguarda le parole, che per chi insegna sono lo strumento di lavoro.

Provo a mettere in fila cosa vuol dire NAZA, cosa sappiamo e cosa non sappiamo.


Cosa vuol dire NAZA

NAZA è l’acronimo ebraico di nezek agavi: danno collaterale. Nel linguaggio militare indica i civili uccisi o feriti per sbaglio durante un attacco contro un obiettivo militare.

La parola è diventata pubblica con il documentario NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor (gli stessi di No Other Land), Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia 2026 e nelle sale italiane dal 28 settembre. Il film raccoglie le testimonianze anonime di 24 tra soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana che hanno lavorato alla scelta dei bersagli a Gaza dopo il 7 ottobre 2023.

Il punto che colpisce è questo. Secondo i testimoni, NAZA non era più una conseguenza da contare dopo, a malincuore. Era un numero fissato prima: quanti civili si potevano mettere in conto per colpire una persona. Le cifre riferite sono 15 o 20 per un miliziano di basso livello, oltre 100 per un comandante.

Onestà da collega: queste sono testimonianze anonime, e l’esercito israeliano le respinge. Sostiene di rispettare il diritto internazionale, che la decisione finale è sempre di una persona e che il numero dei morti dipende da come Hamas usa le case e i tunnel. C’è anche chi legge il calcolo stesso come prova che si cercava di contenere i danni. Io vi riporto i fatti e le fonti, il giudizio politico lo lascio a ciascuno.


La macchina che dà un punteggio alle persone

Qui entra l’intelligenza artificiale. Già nell’aprile 2024 un’inchiesta dello stesso Abraham su +972 Magazine aveva descritto Lavender, un sistema che analizza telefoni, contatti, gruppi WhatsApp, cambi di indirizzo. Per ogni persona produce un punteggio da 1 a 100: quanto è probabile che sia un miliziano.

Nelle prime settimane di guerra, secondo le fonti, Lavender aveva segnalato circa 37.000 persone. Con un margine d’errore dichiarato intorno al 10%. Tradotto: su dieci nomi, uno sbagliato, messo in conto in partenza.

E il controllo umano? Secondo i testimoni, spesso durava una ventina di secondi. Il tempo di verificare che il bersaglio fosse un maschio. Poi il via.

Lo so, il confronto con la scuola non regge sul piano del peso, e non voglio forzarlo. Regge su un punto solo. Noi docenti i numeri sulle persone li mettiamo tutti i giorni. Con 9 classi e quasi 200 alunni sappiamo benissimo quanto è comodo un numero, e quanto è facile dimenticare il ragazzo dietro il voto quando sei stanco e ne hai ancora sessanta da correggere.


Chi risponde, alla fine?

In quella catena, quindi, un essere umano c’era. Solo che aveva venti secondi e una lista di migliaia di nomi. Più che decidere, convalidava.

Ed ecco la domanda che oggi si fanno i giuristi davanti a questo film. Se la catena è mezza automatica, chi è responsabile? Chi preme il tasto, chi ha fissato la soglia o chi ha scritto l’algoritmo? Nessuno ha ancora una risposta, e secondo me è la domanda più importante di tutta questa storia.


Le parole vengono prima

C’è un libro che molti colleghi di lettere conoscono: LTI. La lingua del Terzo Reich di Victor Klemperer. Un filologo ebreo che, durante il nazismo, annotava come cambiavano le parole di tutti i giorni. La sua idea era semplice e terribile: prima si cambia la lingua, poi diventa normale quello che la lingua nasconde.

NAZA fa proprio questo. «Civili» diventa «danno collaterale», e «danno collaterale» diventa una sigla. Una sigla si mette in una tabella, si somma, si confronta con una soglia. Non piange e non ha un nome.

Uno dei soldati del film lo dice più o meno così: i nazisti erano il male assoluto, ma io allora cosa sono? È una frase che fa male, e non la cito per fare paragoni storici. La cito perché mostra un uomo che si accorge, tardi, di cosa aveva fatto una parola.

Per chi insegna qui c’è lavoro vero, anche alle medie. Non serve parlare di Gaza per farlo. Basta un esercizio di educazione civica sugli eufemismi: «danno collaterale», «esubero», «effetti indesiderati». Che cosa nasconde ogni parola? Chi ci guadagna a usarla?


Il suono di quello che non si vede

E la musica? C’entra, più di quanto pensassi.

Il film non mostra quasi mai Gaza. Le interviste si fanno di notte, sui tetti di Tel Aviv, con i volti al buio. Tra un’intervista e l’altra la camera guarda appartamenti, televisori accesi, gente che cena. E il suono è quello di una città normale: il traffico, gli aerei che passano, una sola volta una sirena. L’orrore resta fuori campo, e lo senti proprio perché non lo vedi.

Il produttore esecutivo è Jonathan Glazer, lo stesso de La zona d’interesse, dove lo sterminio si sente soltanto, oltre il muro del giardino. Due film diversi, un’idea comune: il suono racconta quello che l’immagine tace.


Una sigla rende tutto più comodo: si scrive in fretta, sta in una tabella, non fa rumore. Forse è proprio per questo che, ogni volta che ne incontriamo una, vale la pena chiedersi chi c’è dentro.


Fonti